A partire dal 1968, con la condanna dell’intervento del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, il rapporto del Pci con l’Unione Sovietica viene rimodulato nei termini di una marcata autonomia e di una maggiore distanza critica. Berlinguer è tra i dirigenti che meglio impersonano il nuovo corso, tenendo testa ai sovietici nell’autunno 1968, intervenendo nella Conferenza mondiale dei partiti comunisti del 1969, affermando a Mosca nel 1977, in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, il valore «storicamente universale» della democrazia; infine, guidando lo “strappo” con l’Urss dopo la proclamazione dello stato d’assedio in Polonia nel 1981. Lo spettro delle relazioni e della politica internazionale di Berlinguer, peraltro, è davvero globale. Esso spazia dal forte legame coi movimenti di liberazione, a partire da quello vietnamita (si veda l’incontro con Ho Chi Minh del 1966), all’attenzione verso il Terzo Mondo, il rapporto Nord/Sud (sul quale incrocia la sensibilità di leader socialdemocratici europei come Willy Brandt e Olaf Palme) e il ruolo dei paesi non allineati, a partire dalla Jugoslavia di Tito; dall’esperimento eurocomunista alle relazioni con partiti e movimenti progressisti dell’America latina, fino alla ripresa dei rapporti con la Repubblica popolare cinese. Un’ampiezza di sguardo che ne fa un politico all’avanguardia rispetto ai suoi tempi.